Il grande spirito

Non andate a vedere Il grande spirito di Sergio Rubini se vi aspettate la classica commedia italiana animata da due celebri mattatori e una storia un po’ surreale.

“Il grande spirito” è tutt’altro: è un film serio, dannatamente serio, sorprendente e coraggioso. Un western metropolitano, anzi un western condominiale, in cui l’epica è dolente, al posto delle praterie ci sono i tetti di una Taranto asfissiata dall’Ilva, al posto delle ballerine di Can Can una madre di famiglia costretta a prostituirsi per cinquanta euro (una straordinaria Ivana Lotito),  in cui i pistoleri sono tutti dei poveracci e le pallottole – lontane dai cartoon alla Tarantino – quando uccidono creano tragedia, non spettacolo.

Rubini e Papaleo vestono i panni di due figure tragiche: un delinquente brutto, sporco e cattivo e un malato psichico convinto di essere un pellerossa siux che vive in un abbaino fatiscente sul tetto di un condominio.

Un film totalmente diverso da tutto ciò offre oggi il cinema italiano: tanto lontano dalla ormai in gran parte insopportabile commedia quanto dal cosiddetto cinema d’autore: se il suo personaggio è in fuga dai complici di una rapina, il regista Rubini è in fuga dalle etichette, dai canoni, dai luoghi comuni.

Le interpretazioni dei due protagonisti (che reggono da soli tre quarti del film) sono di grande intensità ma senza alcun cedimento all’istrionismo, entrambe molto lontane dall’immagine che abbiamo di due attori, per un film che salta tra i generi come i protagonisti tra i tetti: dal neorealista si passa al surreale, dal dramma al gangster movie, con momenti di autentica poesia e addirittura un certo misticismo; l’ironia si affaccia a sorpresa e altrettanto a sorpresa finisce trafitta da una freccia. Lasciandoci feriti e disperati, in attesa anche noi che il Grande Spirito arrivi a dare un senso a tutto questo.

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